Cinquanta, forse sessanta uomini vivono in questo edificio occupato, adiacente al deposito delle carrozze che attraversano il centro di questa città condotte da cocchieri scontrosi.
Siamo qui per un corso di italiano. I curdi imparano questa lingua molto lentamente perché frequentano prima di tutto sé stessi e i loro compagni di esilio e di lotta. Parlano tra loro, di loro. La parola che ripetono più spesso è libertà – Azadi, in curdo – poi liberare, verbo che scintilla insieme ai loro occhi di un’infinita malinconia e forza futura. Loro, fuori dagli schemi della grammatica, lo coniugano come possono: io libertà; io liberare il mio paese.
Vengono dalle provincie più lontane di questa regione del mondo, possono parlare sei dialetti differenti, tutti sognano un paese unico e riconosciuto. Ma pochi di loro, nessun a volere essere realisti, tornerà indietro a combattere per la difesa di quegli antichi confini frastagliati. Confini che pochi sanno indicare nel mondo civilizzato d’occidente. Confini appartenenti a un paese incastrato fra cinque stati ufficiali, in quella zona di mondo che chiamiamo medio oriente e, con un guizzo di fascino che risale ai banchi di scuola, Mesopotamia. Ma tutti i curdi immaginano e desiderano. Sentono e ripetono il sogno rivoluzionario di un popolo intero, frantumato e orgoglioso. A voler esaltare la retorica verrebbe da raccontare i brandelli di lotta che percorrono i ricordi di ognuno, le carceri turche e le aspirazioni eroiche che producono martiri a ciclo continuo. Ma spesso, mi pare, sognare e gridare libertà per il Kurdistan è sopratutto l’unico mezzo che hanno per rimanere attaccati a questo presente di profughi e scampati e forse, dunque, alla vita.
Roma è solo di passaggio, per molti di loro. La maggior parte annusa strade d’Europa che vorrebbe percorrere, lasciando questo quartiere storico, popolare e arrogante al contempo. Alcuni in Francia, altri in Germania alla ricerca di familiari, amici, altri pezzi di una patria immaginata e respirata per secoli.
Alla prima lezione scrivo alla lavagna frasi semplici che possono leggere e ripetere, per accaparrarsi briciole della mia lingua, come meglio credono. Una di queste frasi descrive la recente marcia pacifica che hanno fatto a Strasburgo. Noi marciamo per chiedere libertà per il Kurdistan. Noi marciamo, cioè camminiamo insieme: non necessariamente con passo marziale, magari solo con piglio orgoglioso e ostinato, per dire con i corpi lontano da casa: io voglio. Il potere di un verbo che serve e da forza a qualunque altro suo simile risuona sulle labbra di alcuni. Tutti leggono. Tutti ripetono. Tutti comprendono.
La lezione passa leggera tra un paio di coniugazioni e alcune parole che chiariscono oggetti quotidiani, come sedia, tavolo, albero, uomo, donna, gente, casa e bandiera.
Il nome Nevroz salta fuori all’improvviso e la mia curiosità fa il resto. Parlano tutti insieme, poi uno per volta. Nevroz è festa, e questa è un’altra parola che sorge tra sorrisi e gomitate. Seguono fuoco e ballo, con le mani che fanno le fiamme e le ginocchia che si piegano per ricordare i passi.
- Dunque si balla! Ma si balla così?
Mi avvicino a Giovanna, l’altra maestra, e fingo un passo di una danza sconosciuta, magari un valzer mitteleuropèo. Loro ridono. Non si balla in coppia ma in cerchio, intorno a un immenso fuoco che brucia ieri e apre le porte a domani. La notte tra il 20 e il 21 marzo. Equinozio. Periodo del risveglio. Nuovo ciclo. E che sia Primavera per tutti.